Identità dell’arte

L’identità nell’arte

La sua arte spazia dalla fotografia alle videoinstallazioni, dal cinema al teatro: per l’iraniana Shirin Neshat ogni medium è strumento utile ed efficace per dar voce alla sua anima nomade, ritrovatasi giovanissima a vivere sradicata dagli affetti e impossibilitata a far ritorno in patria. I temi più ricorrenti nelle sue opere sono infatti quelli dell’identità culturale, del sentimento di appartenenza e della condizione della donna nella società.

Identità dell’arte

L’identità nell’arte

La sua arte spazia dalla fotografia alle videoinstallazioni, dal cinema al teatro: per l’iraniana Shirin Neshat ogni medium è strumento utile ed efficace per dar voce alla sua anima nomade, ritrovatasi giovanissima a vivere sradicata dagli affetti e impossibilitata a far ritorno in patria. I temi più ricorrenti nelle sue opere sono infatti quelli dell’identità culturale, del sentimento di appartenenza e della condizione della donna nella società.

Artista, nel senso più ampio del termine, Shirin Neshat, classe 1957, utilizza le arti visive per esplorare la complessità culturale della propria terra natia, l’Iran, dandole voce e forma attraverso le proprie opere. Recatasi per motivi di studio negli Stati Uniti verso la metà degli anni Settanta, nel 1978-1979, all’avvento della rivoluzione islamica guidata da Khomeyni, vi rimase in esilio, proseguendo la propria istruzione tra San Francisco e Berkeley e stabilendosi infine a New York, dove vive tutt’ora. Nel 1990 riuscì finalmente a tornare in Iran e da questo soggiorno nacquero i suoi primi lavori fotografici, che l’imposero subito all’attenzione della scena artistica internazionale. Da sempre Shirin fa delle sue opere un veicolo del pensiero critico verso le contraddizioni sociali del suo Paese, prime tra tutte la condizione della donna, ma senza mai rinnegare la sua duplice appartenenza al mondo occidentale e a quello orientale.
Nella sua carriera ha spaziato dalla fotografia al cinema e al teatro, ottenendo riconoscimenti in ogni ambito: una delle sue opere più conosciute è il film Women Without Men del 2009, per cui ricevette il Leone d’Argento per la miglior regia alla 66a Mostra del Cinema di Venezia, città nella quale era già stata premiata in occasione della Biennale d’arte del 1999 per la videoinstallazione Turbulent. Incontrandola per quest’intervista, la prima cosa che colpisce è la sua grande forza comunicativa e interiore, la stessa che contraddistingue ogni sua opera, oltre che la sua stessa vita, e che quasi sembra impossibile possa appartenere a una donna dalla fisicità così minuta e gentile come la sua.