Miss Stone, lei ha appena compiuto trent’anni. Come è cambiata oggi rispetto alla ragazza di vent’anni che interpretò Easy Girl, film del 2010 per il quale ricevette una candidatura al Golden Globe come miglior attrice di commedia?
In realtà non mi sento poi così cambiata, anche se certamente nel frattempo ho vissuto tante esperienze diverse e ho imparato molto. Sicuramente sono diventata più attenta e prudente quando si tratta di prendere decisioni importanti.

Che cosa si aspetta dai prossimi dieci anni?
Nella settimana che ha preceduto il mio trentesimo compleanno, lo scorso novembre, mi sentivo un po’ come un cane bastonato. Non saprei esattamente spiegarne il perché; forse perché l’ultima decade l’ho vissuta troppo intensamente? Sono stati, infatti, i 10 anni che hanno segnato la mia affermazione professionale, ma sono anche stati un susseguirsi di eventi quasi vorticoso, che ha rischiato di farmi perdere l’orientamento. Oggi, comunque, sono semplicemente felice e, direi, anche impaziente di vedere che cosa accadrà domani.

Da dove trae la forza e la determinazione necessarie per affermarsi e proseguire nella sua professione?
Dalla grande creatività che mi appartiene e dall’enorme passione per questo lavoro. Ma la più grande motivazione e tanta forza me le danno tutte le persone che mi sostengono. Sono loro le fondamenta su cui poggia la mia passione, solo grazie a queste io posso seguirla. E senza di loro non avrei mai potuto fare quello che faccio.

Qual è la cosa più costosa che abbia mai acquistato?
Probabilmente la mia casa. È un lusso possedere una casa propria e sono davvero grata alle persone che hanno creduto in me e che mi hanno permesso di raggiungere questo obiettivo.

Lei è una delle attrici di maggior successo a Hollywood. Perché ha deciso di partecipare alla serie Maniac su Netflix? Cos’è che l’ha affascinata della storia?
Era una sfida interessante: Maniac è un viaggio nella complessità della mente umana e nelle nostre fragilità. Inoltre, mi ha attirato anche l’idea di dover interpretare in pratica cinque ruoli diversi. Infatti, il mio personaggio, Annie, non riuscendo a elaborare la morte della sorella, cade in un abisso di depressione e dipendenza; per uscirne, accetta di sottoporsi a una cura sperimentale dove, grazie a una serie di pillole e all’intervento manipolatore di GRTA, una potentissima intelligenza artificiale, viene ‘gettata’ per errore in diversi scenari, in altre vite o mondi, in cui deve trovare il modo di cavarsela: è protagonista di una spy story, poi di un fantasy, e così via.

In Maniac viene affrontato, quindi, il problema della depressione. Su questo tema, secondo lei, che cosa può imparare il pubblico dalla serie?
Verso la fine, il mio personaggio si chiede che cosa sia effettivamente la normalità, concludendo che ciascuno di noi vive continuamente alti e bassi e, quindi, differenti stati psicologici nel corso della propria esistenza. Concordo con questa visione. La depressione è un male oscuro, difficile da comprendere, soprattutto per i familiari del malato. I farmaci possono essere utili ad alleviare la sofferenza, ma non sono questi che fanno guarire. Ognuno di noi si confronta, prima o poi, con il dolore, con tragedie personali, con paure e depressione. È importante parlarne e ammettere, prima di tutto con se stessi, di avere dei problemi. E sapere che è normale non sentirsi normali. Ritengo sia utile, in queste situazioni, condividere i propri pensieri, sentimenti e timori con altre persone, invece di isolarsi.

Quale consiglio darebbe a una persona che ha vissuto un’esperienza dolorosa o che ha subìto una grave perdita?
Citando il mio personaggio in Maniac, “il dolore non va mai via”. Rimane in te e devi imparare a conviverci. Sono esperienze che ti cambiano per sempre, non sarai mai più la persona che eri prima.
Credo che quando si subisce una perdita importante e terribile, fondamentalmente bisogna cercare dentro di sé e tirar fuori tutta la propria resilienza, la forza di resistere.

Lei che cosa fa quando attraversa un periodo negativo?
Chiamo amici o familiari. Spesso ho l’impressione di poter risolvere i miei problemi semplicemente parlandone con qualcuno. È difficile per me tenere tutto dentro. A volte, provo anche a elaborare le mie angosce e paure attraverso la recitazione.

Qual è la sua opinione sui farmaci antidepressivi?
So che hanno aiutato moltissime persone. Al riguardo, in ogni caso, ognuno deve decidere per se stesso. Mi auguro tuttavia che i malati di depressione ne discutano in modo profondo, ne parlino con dei professionisti e analizzino insieme a questi, con molta attenzione, se sia o meno un’opzione adatta alla loro situazione. Sono comunque una risorsa e, in taluni casi, possono davvero salvare delle vite.

Se potesse viaggiare indietro nel tempo, quale consiglio darebbe all’Emma Stone di dieci anni fa?
Le persone sono destinate a imparare facendo le loro esperienze, sulla propria pelle. È sempre difficile dire a qualcuno che cosa dovrebbe o non dovrebbe fare, specialmente se è molto giovane. Quindi, dubito che l’Emma Stone ventenne mi avrebbe dato retta e seguito i miei consigli.

I suoi sogni di bambina si sono avverati?

Direi sicuramente di sì, poiché ho sempre voluto fare l’attrice. Ho fatto teatro fin da piccola e poi, a 15 anni, mi sono trasferita con mia madre dall’Arizona a Los Angeles proprio per inseguire il mio sogno. Il fatto di avere raggiunto il mio obiettivo e di aver conosciuto un così grande apprezzamento globale è un dono incredibile. E neanche per un secondo l’ho mai dato per scontato.

Per il suo ruolo nel film La favorita (2018), Emma Stone si è guadagnata una nomination all’Oscar come miglior attrice non protagonista.

L’attrice sorride felice con l’Oscar ricevuto per la superba performance in La La Land, film del 2016 scritto e diretto da Damien Chazelle.

DI: HELEN HOEHNE
FOTOGRAFIE: ANGELO PENNETTA/ART PARTNER