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Signora Neshat, lei ha vissuto la sua vita tra due culture agli antipodi, quella persiana e quella americana. Come ha influito tutto questo nella sua arte e in lei come persona?
Ho lasciato il mio Paese quando avevo 17 anni e da allora sono vissuta praticamente come una nomade; quindi, ho sempre dovuto adattarmi e trovare un modo per ‘radicarmi’ nei vari posti dove mi sono ritrovata a vivere per acquistare un barlume di sicurezza. Non so neppure immaginarmi come sarebbe stato trascorrere tutta la vita in un unico luogo, assomigliare culturalmente ad altri, condividere le stesse tradizioni ed esperienze e parlare la stessa lingua. E non ho mai provato cosa voglia dire avere una casa, un rifugio stabile; sono una persona che è sempre stata in cammino. Anche se oggi vivo a New York con un figlio, un compagno e un cane, ho spesso sofferto di ansia per questo continuo senso di estraneità, di separazione, di lontananza, di non appartenenza. Credo di essere diventata un’artista in risposta alle sofferenze e ai disagi derivanti da questa condizione. D’altra parte è essenziale, per sopravvivere e andare avanti, trovare il coraggio e la forza di adattare la propria vita alle circostanze. È quello che fa dopotutto ogni emigrante.

Perché ha scelto la fotografia e i video come mezzi d’elezione per esprimere la sua arte?
La fotografia ha un realismo che mi piace, adoro da sempre scattare ‘immagini giornalistiche’ della vita reale. Solo in seguito, proprio partendo dalla fotografia, ho cominciato a costruire dei video, lavorando allo storytelling, alla colonna musicale, alla coreografia, alla costruzione dei personaggi. Il video in questo modo diventa un’esperienza, in grado di trasmettere uno stato emotivo e psicologico: riesce a coinvolgere lo spettatore e a renderlo partecipe. È questa interazione più profonda con le ‘immagini in movimento’ che mi ha condotto, attraverso varie fasi, fino al mondo del cinema.

Come interpreta il ruolo dell’artista oggi? Pensa che l’arte possa aiutare lo sviluppo della consapevolezza e incoraggiare il cambiamento sociale?
Credo che l’arte e la cultura siano strumenti fondamentali soprattutto in quei particolari momenti storici di crisi politica attraversati da una nazione. Per me fare arte è un lavoro molto serio, poiché questa ha la capacità di avere un impatto profondo sulle persone. Con la potenzialità intrinseca a un’opera di comunicare con tutti, di arrivare a tutti, l’artista può così diventare una sorta di mediatore tra la gente comune e i luoghi del potere. Ho poi scelto di realizzare dei film proprio perché il cinema è un’espressione culturale di massa, riesce a raggiungere una audience molto ampia. Con i miei film, cerco di diffondere al grande pubblico il mio pensiero, la mia prospettiva su quelle questioni sociopolitiche che reputo prioritarie.
Alcune sue opere sembrano riflettere visioni oniriche, come se fossero scaturite da un sogno …
In tutte le mie opere è presente il tema del sogno, anche perché sono affascinata dal surrealismo e penso che solo nella fase onirica del sonno ognuno di noi si ritrovi a essere realmente ‘nudo’ e autentico di fronte alla vita. Durante il giorno possiamo infatti fuggire da noi stessi, ma nel sogno riaffiorano tutte le nostre ansie, le nostre paure, le nostre speranze e i nostri desideri. Io stessa ho un’intensa attività onirica e questa, infatti, come lei ha detto, spesso si rivela in molte delle mie creazioni.

Identità dell’arte

Le donne sono le principali protagoniste dei suoi lavori, ma non appaiono mai come vittime, anche se spesso si tratta di donne che vivono in un mondo prepotentemente maschilista.
Ritengo che le donne posseggano una forza interiore immensa. Nel mio film Women Without Men, ad esempio, si parla di quattro donne persiane che attraversano con coraggio vite difficili sullo sfondo del colpo di Stato iraniano del 1953 e degli eventi che seguirono; nonostante l’imperante maschilismo della loro società e tra mille difficoltà riescono infine a costruire una strada per il loro riscatto. Proprio come è accaduto, realmente, alla stessa autrice del romanzo a cui è ispirato il film, la scrittrice iraniana Shahrnush Parsipur. Ho avuto spesso la riprova del fatto che più le donne si scontrano con dei muri imposti dalla società, più vengono represse, più riescono a reperire dentro di loro risorse immense, arrivando a creare grandi cose. Sono affascinata da questa contraddizione: più si è soffocati dalle difficoltà, più si riesce a trovare l’energia, la caparbietà e l’abilità per raggiungere i propri obiettivi. In particolare nel contesto mediorientale, per le donne è molto difficile affermarsi e perseguire una carriera; credo, tuttavia, che sia complicato anche per le donne italiane o statunitensi, ma in un modo certamente meno estremo.

La musica ha sempre rivestito un ruolo fondamentale nelle sue opere, basti pensare al suo ultimo film, Looking for Oum Kulthum, un omaggio alla leggendaria cantante egiziana della metà del Novecento, tra le più celebri e amate da tutto il mondo arabo.
Considero la musica l’unica forma espressiva in grado di trascendere le differenze culturali: ecco perché è una costante nei miei lavori. È un’arte che non ha bisogno di traduzioni: puoi apprezzare musica araba o persiana anche senza capirne le parole, allo stesso modo di un’opera di Giuseppe Verdi o di un brano di Bob Dylan. E poiché i miei lavori hanno sempre una forte impronta storica e sociopolitica, la musica aiuta a renderli più comprensibili e più emotivamente attraenti per il pubblico. Ugualmente, anche la calligrafia persiana è costantemente presente nei miei lavori: la bellezza dei segni calligrafici è come una voce che non comprendi, come le parole di una musica straniera, ma tu sai che quella frase ha un significato, che qualcuno sta cercando di trasmetterti un messaggio. Diciamo anche che utilizzo la letteratura, la poesia e la musica come modi ‘silenziosi’ ma allo stesso tempo ‘assordanti’ per neutralizzare le idee politiche che non condivido e il fanatismo religioso.

Come vede oggi il ruolo della donna nelle nazioni arabe? Cosa pensa delle aperture che stanno avvenendo in alcuni Paesi islamici?
Innanzitutto non bisogna mai generalizzare, non si deve parlare di ‘donne musulmane’ come categoria globale, poiché in ogni Paese islamico esistono condizioni, problematiche e contesti sociopolitici molto differenti tra loro. I miei lavori sono principalmente focalizzati sulle donne iraniane, le quali vivono una condizione molto diversa rispetto, ad esempio, alle egiziane. Detto questo, io vedo un promettente futuro per le donne dell’Iran: sono spesso più istruite degli uomini e, attraverso piccoli e grandi gesti, ogni giorno continuano a ribellarsi al potere e a sfidare l’autorità. Anche con il film che ho recentemente realizzato sulla figura di Oum Kulthum, la cantante egiziana che nel XX secolo è stata l’artista più amata in Medio Oriente, una vera e propria figura ‘sacra’ per tutti i popoli della regione, l’intenzione era quella di scovare la persona dietro l’icona, la donna dietro la leggenda, specchiandola con tutte le donne arabe che lottano per potersi affermare in una società maschilista. Avevo il desiderio di mostrare all’Occidente che l’immagine sottomessa e silenziosa delle donne musulmane è distorta; questo non vuol dire che l’oppressione femminile non esista, ma è altrettanto sbagliato vedere una vittima in ogni donna che indossa il velo. Bisogna saper cogliere le differenze e le sfumature. In ogni lavoro che ho fatto - foto, film o video - ho sempre mostrato le donne in una posizione di sfida e di potere, soprattutto perché sono convinta che il futuro apparterrà a queste. Addirittura spero, anzi, voglio credere che il prossimo presidente dell’Iran possa essere una donna.

Identità dell’arte

Che ruolo giocano gli affetti familiari nella sua arte?
Quando sono con mio figlio Cyrus so che anche se perdessi tutto - soldi, lavoro, il mio compagno Shoja Azari, tutto insomma - mi rimarrebbe comunque sempre il suo amore, come a lui il mio. È per questa ragione che sono felice di aver scelto di diventare madre. Tanti artisti credono invece che non ci sia spazio per i figli nella loro vita, vogliono dedicarsi solo all’arte, ritenendo che questi possano distrarli dai loro obiettivi. Ma si perdono la bellezza della relazione tra un genitore e un figlio, che risiede nell’amore incondizionato, un’esperienza di vita unica ed eccezionale, quasi mistica. Tra l’altro, io mi sento con mia madre tutti i giorni, nonostante lei viva in Iran con le mie sorelle e io non possa recarmi nel Paese; l’ultima volta che sono riuscita a tornare era il 1996. Nei miei sogni c’è sempre una figura materna e sono convinta che rappresenti la mia patria, la mia casa, le mie radici. Quando le cose non vanno bene nella mia vita, quando ho delle difficoltà sul lavoro, se mi sento triste o depressa, l’unica cosa che mi dona speranza è l’amore di Shoja, di mio figlio e di mia madre, le uniche persone che mi amano incondizionatamente, semplicemente per me stessa.

Ha la speranza o il desiderio di poter tornare in Iran un giorno?
È molto difficile rispondere a questa domanda. Oggi ho superato la nostalgia del ritorno e ho accettato l’idea che probabilmente non potrò tornare mai più in patria. Ho sconfitto il dolore della nostalgia, ho sofferto troppo e per troppo tempo e ora voglio andare avanti con la mia vita, ma dopotutto è anche da questa sofferenza che è scaturito il desiderio di far sentire la mia voce attraverso l’arte. In questa fase della mia vita mi sento finalmente ‘risolta’ e addirittura posso affermare di non aver voglia di tornare. Chissà, però, che cosa accadrà in futuro … Voglio rimanere aperta a ogni possibilità; in ogni caso, oggi sono molto felice della mia vita.

Quale deve essere secondo lei il ruolo dell’arte nella società contemporanea e quali consigli si sente di dare ai giovani artisti?
Quando ho la possibilità di visitare delle scuole e di parlare con gli studenti, cerco sempre di spronarli a osare di più, a non creare arte con il solo obiettivo di veder appesa la loro opera sulla parete di un museo. Ritengo che ogni artista debba pensare in grande, perché l’arte non nasce in sé e per sé da un talento innato, ma da una continua ricerca attraverso e dentro le pieghe della vita. Un artista, per essere tale, ha bisogno di conoscere la fatica, la sofferenza, la vulnerabilità dell’esperienza umana. La nostra società, il mondo intero, necessita di artisti che pensino fuori dagli schemi, e assolutamente non della mediocrità.

DI: MARIO RULLO E DANIELA D’AVANZO
FOTOGRAFIE: Courtesy Shirin Neshat